Pennsylvania Avenue
L’eurodeclassamento richiede una risposta sistemica. Che fa la Bce?
Per la prima volta, il declassamento delle agenzie di rating coinvolge un’intera regione, l’Eurozona. Nel comunicato in cui Standard & Poor’s motiva la propria decisione rispetto all’Italia, si sottolineano elementi al di fuori del diretto controllo delle autorità nazionali relativi alla debole risposta messa a punto dai leader europei al dilagare della crisi. di Domenico Lombardi
7 AGO 20

Per la prima volta, il declassamento delle agenzie di rating coinvolge un’intera regione, l’Eurozona. Nel comunicato in cui Standard & Poor’s motiva la propria decisione rispetto all’Italia, si sottolineano elementi al di fuori del diretto controllo delle autorità nazionali relativi alla debole risposta messa a punto dai leader europei al dilagare della crisi. I titoli pubblici tedeschi, per i quali il rating è invece rimasto inalterato, si rafforzano nel loro ruolo di “gold standard”, mentre aumenta la distanza relativa degli altri titoli governativi dei paesi dell’Eurozona, sugellandone la crescente asimmetria politica, economica e finanziaria con la Germania. Quale lezione trarne? Al di là del merito che ciascuno può attribuire alla valutazione di Standard & Poor’s, la decisione dell’agenzia americana fornisce un’ulteriore conferma del carattere sistemico della crisi che ne dovrebbe coerentemente orientare la soluzione. E’ proprio sul carattere sistemico della soluzione che, tuttavia, si sta registrando un pericoloso arretramento. Con il trattato intergovernativo che i paesi dell’Eurozona stanno negoziando in questi giorni, si poteva identificare un persorso che portasse, a certe condizioni e in seguito al raggiungimento di chiari obiettivi intermedi, a una forma di unione fiscale fondata, anche solo in parte, sul principio della mutualizzazione del rischio.
Al contrario, la bozza all’attenzione dei governi si muove nella direzione di una nazionalizzazione della politica fiscale il cui unico elemento di coordinamento viene ad essere il simultaneo riequilibrio del bilancio dei paesi dell’Eurozona. Piuttosto che prevedere una piattaforma per una politica fiscale comune per l’Eurozona, la bozza si limita a prescrivere per ciascun paese membro l’equilibrio di bilancio e un percorso di rientro da livelli di debito eccessivi. In tal modo, la sostenibilità fiscale dell’Eurozona viene garantita, nel medio periodo, da un percorso deflazionistico di consolidamento fiscale e riduzione del debito eccessivo attuato simultaneamente da ciascun paese. L’alternativa sarebbe una forma, anche nascente, di unione fiscale ed economica che agevoli il percorso di consolidamento fiscale, progressivo ma graduale, ed eviti la compressione simultanea della domanda aggregata nelle economie dell’Eurozona. Proprio la necessità di condividere un percorso di crescita economica e occupazionale, fondato sullo slancio che un programma di liberalizzazioni concertate, potrebbe avere per il complesso dell’Eurozona è quasi relegato in appendice, con poche righe dalle indicazioni generiche e senza valenza operativa.
Una fase di stallo segna la costruzione di un argine finanziario che, per l’Italia, assume un’importanza strategica fondamentale dato l’elevato stock di debito pubblico da rifinanziare ogni anno. La maxi-operazione di prestito per duecento miliardi di euro al Fondo monetario internazionale non è stata ancora finalizzata dopo oltre un mese dall’annuncio. Ugualmente in stallo è la prospettiva di contributi aggiuntivi di importo equivalente che i leader europei si proponevano di sollecitare dalla comunità internazionale con la loro maxi-operazione. Allo stesso tempo, il declassamento della Francia indebolisce l’operatività dell’Efsf, il Fondo europeo salva stati, che potrebbe incontrare ulteriori difficoltà nell’emettere obbligazioni per finanziare i programmi di assistenza nelle economie periferiche.
L’unica via di uscita, a breve, è rappresentata da un piano di intervento simmetrico della Banca centrale europea rispetto agli impegni ambiziosi che l’Italia sta assumendo e, in parte, già attuando. A fronte dell’adesione formale al nuovo trattato intergovernativo, ed eseguendone in pieno lo spirito oltre che la lettera, il persistere dello spread dei titoli italiani sul Bund dovrebbe essere interpretato dalla Bce come un problema nella trasmissione della politica monetaria in uno stato membro e, pertanto, richiedere il suo intervento correttivo senza ulteriore esitazione.
di Domenico Lombardi
Al contrario, la bozza all’attenzione dei governi si muove nella direzione di una nazionalizzazione della politica fiscale il cui unico elemento di coordinamento viene ad essere il simultaneo riequilibrio del bilancio dei paesi dell’Eurozona. Piuttosto che prevedere una piattaforma per una politica fiscale comune per l’Eurozona, la bozza si limita a prescrivere per ciascun paese membro l’equilibrio di bilancio e un percorso di rientro da livelli di debito eccessivi. In tal modo, la sostenibilità fiscale dell’Eurozona viene garantita, nel medio periodo, da un percorso deflazionistico di consolidamento fiscale e riduzione del debito eccessivo attuato simultaneamente da ciascun paese. L’alternativa sarebbe una forma, anche nascente, di unione fiscale ed economica che agevoli il percorso di consolidamento fiscale, progressivo ma graduale, ed eviti la compressione simultanea della domanda aggregata nelle economie dell’Eurozona. Proprio la necessità di condividere un percorso di crescita economica e occupazionale, fondato sullo slancio che un programma di liberalizzazioni concertate, potrebbe avere per il complesso dell’Eurozona è quasi relegato in appendice, con poche righe dalle indicazioni generiche e senza valenza operativa.
Una fase di stallo segna la costruzione di un argine finanziario che, per l’Italia, assume un’importanza strategica fondamentale dato l’elevato stock di debito pubblico da rifinanziare ogni anno. La maxi-operazione di prestito per duecento miliardi di euro al Fondo monetario internazionale non è stata ancora finalizzata dopo oltre un mese dall’annuncio. Ugualmente in stallo è la prospettiva di contributi aggiuntivi di importo equivalente che i leader europei si proponevano di sollecitare dalla comunità internazionale con la loro maxi-operazione. Allo stesso tempo, il declassamento della Francia indebolisce l’operatività dell’Efsf, il Fondo europeo salva stati, che potrebbe incontrare ulteriori difficoltà nell’emettere obbligazioni per finanziare i programmi di assistenza nelle economie periferiche.
L’unica via di uscita, a breve, è rappresentata da un piano di intervento simmetrico della Banca centrale europea rispetto agli impegni ambiziosi che l’Italia sta assumendo e, in parte, già attuando. A fronte dell’adesione formale al nuovo trattato intergovernativo, ed eseguendone in pieno lo spirito oltre che la lettera, il persistere dello spread dei titoli italiani sul Bund dovrebbe essere interpretato dalla Bce come un problema nella trasmissione della politica monetaria in uno stato membro e, pertanto, richiedere il suo intervento correttivo senza ulteriore esitazione.
di Domenico Lombardi